Collaborazione o cannibalismo: una lettura sociologica de "il Buco"

Un "uomo lupo per altri uomini", un uomo incapace di pensare al collettivo, ma in grado soltanto di lasciare i suoi avanzi a chi è meno fortunato di lui: è questa la filosofia del film "il buco", Regia di Galder Gaztelu-Urrutia.
 

 

Il buco (el Hoyo) è un film sbarcato da qualche mese su netflix, che vede come protagonisti dei carcerati che vivono all'interno di una prigione verticale, strutturata in differenti livelli.

Ogni giorno i carcerati hanno a disposizione soltanto quel poco di cibo e quelle poche bevande che provengono dai piani alti, e ogni mese i carcerati cambiano livello in maniera non prevedibile, quindi possono trovarsi inaspettatamente in un livello migliore o in un livello peggiore del precedente. 


La possibilità, per i prigionieri di ciascun piano, di alimentarsi, è basata su quanto coloro che dimorano ai piani superiori decidono di lasciare. I pasti scendono attraverso una piattaforma centrale e restano a disposizione loro per poco tempo, il cibo non può essere conservato.
Dettate queste regole, appare quasi impossibile non trovare un parallelismo con una società distopica, dove la capacità che ciascuno ha di pensare al collettivo è subordinata solo e soltanto alla propria condizione di sazietà.


Questo film è una semplificazione di una serie di dinamiche sociali, un film che mostra una visione marxista della società, dove la cultura stessa è la sovrastruttura che nasconde una lotta tra classi, coloro che si trovano in uno stato sociale più alto hanno il potere di decidere cosa lasciare ai piani inferiori, alle classi sociali meno fortunate; il protagonista del film, sempre secondo questa ottica, cerca la salvezza in chiave rivoluzionaria, ovvero i protagonisti cercano di effettuare una redistribuzione "forzata" delle risorse all'interno della popolazione.

 

Il presupposto di questa ideologia tuttavia fallisce, poichè la coscienza di classe vorrebbe un popolo capace di autoregolarsi senza il bisogno di una forza superiore, di un leviatano che li obblighi alla ridistribuzione.

 

Un film che è una metafora di una società in lotta, nonostante in teoria ci sia cibo e acqua per tutti, il film non a caso utilizza come metafora proprio quella del cannibalismo, e mostra il cinismo, la solitudine, l'egoismo degli individui post moderni.

Il protagonismo, in maniera Kantiana, vuole utilizzare la ragione per distribuire le ricchezze, ma scopre che la razionalità non può nulla davanti l'animalità che muove la sopravvivenza. Esattamente come il Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento, il protagonista combatte affinchè nel sistema sorga la solidarietà spontanea.

 

 

Ed eccoci nella situazione attuale, durante la pandemia abbiamo visto persone azzuffarsi nei supermercati per accaparrarsi l'ultimo pacco di pasta, nella consapevolezza che chi sarebbe arrivato dopo non sarebbe stato soddisfatto; oggi più che in altri periodi vediamo l'altro come un nemico, come un infetto, stiamo diventando sempre più paranoici, sempre più individualisti, ci fidiamo sempre meno degli altri e sempre meno delle istituzioni, siamo sempre più granelli di sabbia e sempre meno mattoni. 


Una visione dell'uomo, insomma, diversa rispetto quella dell'aristotelico uomo animale sociale, ma anzi assistiamo alla visione di un uomo collaborativo solo se gli conviene, sempre più hobbesiamo, sempre più lupo per altri uomini. 

 

Il film in realtà non ci lascia del tutto amareggiati, come Pandora, anche il protagonista, nel fondo del buco, trova un messaggio, un messaggio di speranza, purezza e innocenza; l'autore del film vuole forse suggerirci che la soluzione non è nella ragione, neppure nella violenza, ma nella perdita delle nostre sovrastutture, nel ritorno all'innocenza. 

 

Un film dalle svariate interpretazioni. Se ne avete altre, scrivetele pure nei commenti.

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April 24, 2020

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