VITTIME E CARNEFICI: I profili psicologici nelle dinamiche di violenza domestica e violenza sessuale

In questo ciclo di articoli abbiamo discusso delle varie problematiche della violenza domestica e della violenza sessuale: abbiamo discusso su come gestire questo tipo di assistiti, ci siamo focalizzati sugli aspetti puramente medici come su quelli giuridici, abbiamo parlato delle droghe da stupro e abbiamo fatto un excursus sui casi di violenza verso gli uomini. A conclusione di questo ciclo, parliamo, assieme alla Dr.ssa Carmen Di Rosa, psicologa, dei profili psicologici delle vittime e degli aggressori, e soprattutto dei fattori di rischio che possono causare tali dinamiche.

VIOLENZA DOMESTICA

Con il termine violenza domestica si intende ogni forma di persecuzione o aggressione messa in atto all’interno di una relazione intima, presente o pregressa. La violenza può essere attuata o solo tentata, e come abbiamo già chiarito in altri articoli, può essere fisica, psicologica, morale, economica o sessuale.

Il termine “violenza domestica” non è sufficiente a spiegare il fenomeno in tutta la sua complessità, poiché in questa definizione vengono incluse azioni lesive che comportano danni sia fisici che psicologici; la violenza domestica è contestualizzabile sia in coppie sentimentalmente legate, che ex compagni o coppie di fatto, senza dimenticare che può interessare entrambi i sessi ed entrambi gli orientamenti sessuali [1].

Nella letteratura anglosassone viene attualmente utilizzato il termine intimate partner violence (IPV), già utilizzato nei precedenti articoli del blog. Nella lingua italiana non si usa l’espressione "violenza interpersonale intima", quindi nel presente lavoro sarà usato il termine violenza domestica tenendo conto delle precisazioni appena fatte.

A livello mondiale si stima che la violenza domestica rientri tra i fattori di rischio per la salute, sia fisica che psicologica, e che abbia effetti negativi superiori rispetto gli incidenti stradali e la malaria combinati insieme. In particolare, nonostante la difficoltà di disporre di dati statistici, si stima che tra il 20 e il 50% delle donne, a seconda del Paese, abbia subito una qualche vessazione fisica per mano del partner intimo o di un membro della famiglia [2].

La violenza all’interno della coppia, al fine di essere continuativa e progressiva deve intraprendere un circolo vizioso che viene definito ciclo della violenza.

Il ciclo della violenza comporta tre fasi a ripetizione ciclica ed è stato teorizzato dalla psicologa americana Lenore Walker [3] a partire dalla fine degli anni settanta del secolo scorso.

-Fase 1: La tensione, ovvero un'agitazione crescente, con espressioni, gesti e atteggiamenti scontrosi da parte del partner;

-Fase 2: Il maltrattamento può essere preceduto da violenza verbale, minacce, oppure rotture di oggetti; il primo evento può avvenire in maniera inaspettata e all'inizio la vittima può essere confusa. Questa fase si manifesta in modo graduale e cresce con il tempo;

-Fase 3: Le scuse, o luna di miele, ovvero una fase di attenzioni amorevoli nel quale il partner, al fine di manifestare il proprio amore, può scusarsi, comprare regali, giustificarsi o promettere di cambiare. Questa fase è quella che impedisce la rottura della relazione “tossica” ed è il preludio di nuovi episodi di maltrattamenti [4].

Un filo comune che lega molte storie di violenza da parte di un ex partner lo si trova in un evento che viene definito l’ultimo incontro chiarificatore, legato anche a molti casi di omicidio [5].

Una volta analizzate le generalità della violenza domestica, andiamo ad analizzare nello specifico i profili psicologici degli aggressori e delle vittime.

“Domestic violence” Foto scattata da Shannon Dermody

PROFILI PSICOLOGICI E FATTORI DI RISCHIO DELLE VITTIME NELL’AMBITO VIOLENZA DOMESTICA

Le DONNE sottoposte a violenza domestica

La letteratura scientifica e l’esperienza personale suggeriscono che è improprio tentare di delineare veri e propri profili psicologici di vittime e carnefici, tuttavia, si possono individuare dei fattori che possono aumentare il rischio di divenire vittime di una relazione violenta [6]:

- relazioni disfunzionali nella famiglia d’origine;

- dipendenza da alcol e/o sostanze stupefacenti nelle figure di accudimento;

- mancata fiducia nelle figure di accudimento;

- maltrattamento o abuso in età minore;

- modelli socio-educativi mirati alla sottomissione. Le bambine che assistono ai maltrattamenti nei confronti della madre hanno maggiori probabilità di accettare la violenza come la norma in un matrimonio rispetto a quelle che provengono da famiglie non violente[7].

In età adulta, altri fattori di rischio sono la scarsa indipendenza economica della donna rispetto all’uomo e l’isolamento sociale, quest’ultimo inteso come un’assenza di reti sociali, sia informali (famiglia e vicini di casa) che formali (organizzazioni della comunità, gruppi di sostegno tra donne, affiliazione a partiti politici).

Una ricerca condotta dalla sociologa tedesca Cornelia Helfferich nel 2005 [8] ha esaminato la prospettiva soggettiva di donne sposate con mariti violenti; in questo studio i mariti erano stati allontanati, su disposizione della polizia, dal domicilio comune.

In base a questi dati è stato possibile identificare quattro tipologie di vittime femminili di violenza domestica, che possiamo dividere a loro volta in due tipi: donne che hanno risorse per contrastare il fenomeno, e donne che non hanno risorse sufficienti a farlo.

Nella prima categoria, ovvero le donne che hanno risorse per contrastare il fenomeno sono a loro volta inquadrabili in tre sottotipi:

- “Separazione rapida”: donne che intrattengono in genere un rapporto relativamente recente con il partner violento. La loro immagine di rapporto di coppia deve essere priva di violenza; sono consapevoli di sé e ben informate. L’allontanamento della persona violenta è molto efficace in questi casi, poiché contribuisce a mettere fine al rapporto violento. Una riappacificazione è immaginabile solo a chiare condizioni;

- “Separazione avanzata”: sono donne spesso sposate da anni e con figli. Nel corso del rapporto la violenza aumenta, e con essa, il desiderio di separazione da parte della donna. Le vittime descrivono il loro rapporto di coppia come una lotta per difendere i propri interessi. L’escalation della violenza aumenta la capacità d’azione ma anche i rischi delle donne, che dopo un eventuale intervento da parte della polizia, usualmente decidono di separarsi per mettere fine al rapporto. Tuttavia durante e dopo l’allontanamento in genere si sentono insicure e temono di subire nuovi abusi;

- “Nuova opportunità”: in questa tipologia rientrano prevalentemente donne più anziane che in genere sono sposate da molti anni e hanno dei figli. Queste donne hanno una chiara idea della normalità familiare. Descrivono la violenza come episodi isolati che turbano la consuetudine e li attribuiscono a problemi del marito (alcolismo, disturbi psichici o dipendenza dal gioco d’azzardo). L’allontanamento mediato dalla polizia viene preceduto di regola da diversi tentativi di indurre l’uomo a cambiare comportamento: l’allontanamento viene utilizzato come prova decisiva, durante la quale la donna spera nell’”effetto pedagogico” esercitato da terzi sul marito violento. L’obiettivo non è solo la separazione ma una continuità del rapporto coniugale, tuttavia senza violenza.

Le vittime associate a queste prime tre tipologie dispongono di risorse personali sufficienti per decidere da sole se proseguire o interrompere la relazione.

L’intervento immediato e il sostegno di queste donne nelle situazioni di violenza è importante per proteggerle da ulteriori maltrattamenti e aiutarle a prendere una decisione: spesso sono poi in grado di compiere i passi successivi da sole o con l’aiuto di specialisti. Le prime due tipologie di vittime frequentemente si mantengono ferme sulla loro volontà di separarsi, mentre la tipologia “Nuova opportunità” esige prove evidenti della volontà del partner di modificare il proprio comportamento maltrattante, per esempio la partecipazione ad un programma di recupero per persone violente.

L’ultima categoria, quelle del “legame ambivalente” invece non hanno le risorse sufficienti per mettere fine alla spirale di violenza, e sono quelle che necessitano più supporto.

- “Legame ambivalente”: questa tipologia include le donne traumatizzate da lunghi anni di violenza cronica subita dal partner. Queste donne generalmente si sentono inermi e inefficienti, e vivono un conflitto di ambivalenza nel quale si ritrovano spesso in un forte rapporto di dipendenza dalla persona violenta: è proprio in questo genere di rapporti che s’innesca la spirale della violenza. La paura fa sì che queste donne tentino di assumere il controllo della situazione dimostrando vicinanza e solidarietà con il partner violento e spesso sono convinte di dover sopportare la violenza per proteggere i propri figli. Molte di loro hanno già vissuto esperienze analoghe nell’infanzia e sono convinte che anche un altro compagno sarebbe violento. Neanche una separazione fisica dal coniuge, ottenuta attraverso l’allontanamento disposto dalla polizia, può aumentare la sicurezza di questa tipologia di vittime: capita spesso, infatti, che queste donne accolgano nuovamente il marito a casa subito dopo l’allontanamento.

Gli UOMINI sottoposti a violenza domestica

Come già osservato negli articoli precedentemente pubblicati, soprattutto nel panorama italiano, il tema della violenza di genere, proposto con continuità a livello istituzionale e mediatico attraverso inchieste, sondaggi e ricerche, prende in considerazione solo l’eventualità che la vittima sia donna e che l’autore di reato sia uomo.

Tale informazione, distorta alla sua origine, passa tramite canali ufficiali dai media, alle campagne di prevenzione, determinando una conseguente sensibilizzazione unidirezionale che relega ad eccezioni, spesso non prese neppure in considerazione, le ipotesi che la violenza possa essere subita e/o agita da appartenenti ad entrambi i sessi.

I principali fattori di rischio per quanto riguarda gli uomini sono simili ad alcuni già citati per le donne [9]: scarsa autostima e scarso senso di autoefficacia, con conseguenti sentimenti cronici di vergogna e isolamento sociale.

Per approfondimenti, leggi l’articolo del Blog circa l’uomo come oggetto di violenza domestica.

Copertina del libro di Glenda Mancini “L’uomo vittima di una donna carnefice

PROFILI PSICOLOGICI DEGLI AGGRESSORI NELL’AMBITO VIOLENZA DOMESTICA

Nel panorama internazionale, i casi di violenza domestica vanno anche dimensionati e contestualizzati in base alle dinamiche sociali di ogni Paese; a tale riguardo, nel 2017, le Nazioni Unite hanno eseguito una ricerca sociologica con l'appoggio di Amnesty International e UNICEF [10].

Tale ricerca identifica i Paesi Asiatici come quelli a maggior prevalenza di violenza domestica:

Russia, Indonesia, Malesia, Bangladesh, Iran, Libano, Arabia Saudita, Afghanistan e Pakistan sono i Paesi con il maggior numero di episodi violenti; in alcuni di questi Paesi vi è una depenalizzazione dei reati, in altri invece, gli abusi domestici sono in parte giustificati da influenze religiose e culturali.

I profili psicologici che tratteremo vanno contestualizzati in un panorama occidentale, nel quale vigono dei sistemi sociali e legislativi atti a identificare questo fenomeno come “disfunzionale”.

Profili psicologici e fattori di rischio degli UOMINI VIOLENTI in ambito domestico

I principali elementi che caratterizzano gli uomini che esercitano violenza in ambito domestico risultano essere i seguenti [11]:

- relazioni disfunzionali nella famiglia d’origine;

- abuso di alcol e/o sostanze stupefacenti;

- stress cronico;

- scarse reti di sostegno sociale;

- disoccupazione, con scarso senso di controllo finanziario della famiglia o, al contrario, la totale dipendenza economica da parte della partner;

- esperienze avute durante l’infanzia, come l’aver assistito a scene di violenza domestica o aver subito vessazioni fisiche e sessuali. I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne, interiorizzando la violenza come modo di risolvere i conflitti.

Gli studi internazionali condotti finora nell’ambito della violenza domestica hanno evidenziato tre tipologie di uomini violenti, sulla base di tre dimensioni descrittive: gravità e frequenza del maltrattamento, genericità della violenza (considerando qualunque altro eventuale comportamento criminale) e psicopatologia/disturbi di personalità. Per ogni tipologia sono stimate anche le possibilità di riuscita dei trattamenti psicologici [12] [13].

- “Family only-batterer”: gli uomini che appartengono a questa tipologia non sono quasi mai violenti al di fuori del contesto familiare e pertanto non manifestano pubblicamente comportamenti perseguibili penalmente. Limitano i loro atti di violenza alla famiglia e agiscono a seconda della situazione; la frequenza e la gravità degli atti che commettono è piuttosto contenuta. Dimostrano scarse competenze sociali nella relazione, sopportano male lo stress e hanno difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. Tendono inoltre ad evitare i conflitti e soffrono di rado di problemi legati al consumo di alcol o di droga. Quando ricorrono alla violenza se ne pentono e soffrono per il comportamento adottato. Da bambini sono stati raramente vittime di violenza, che in genere tendono a rifiutare. In questi casi la terapia familiare ha buone probabilità di successo e un basso tasso di recidiva;

- “Dysphoric/borderline-batterer”: gli uomini classificati in questa tipologia ricorrono alla violenza per esercitare il proprio controllo e il proprio potere. Sono caratterizzati da una personalità instabile, vivono sentimenti di paura e stati depressivi e a volte soffrono di problemi dovuti al consumo di alcol e droghe. Presentano un comportamento ambivalente nei confronti della vittima e sono dipendenti dai rapporti sentimentali. Esercitano violenze più gravi rispetto agli aggressori della tipologia “Family only-batterer” e possono manifestare comportamenti violenti e penalmente rilevanti anche all’esterno della famiglia. Diversamente dalla prima tipologia, i tipi disforico/borderline presentano più spesso posizioni misogine e favorevoli ai comportamenti violenti. Rispondono bene alle terapie, specialmente se focalizzate sull’elaborazione del loro vissuto di violenza;

- “Generally violent/antisocial-batterer”: in questa tipologia rientrano gli uomini generalmente violenti e antisociali che presentano un elevato potenziale di violenza in vari contesti e compiono abusi in diverse costellazioni relazionali. Spesso questi individui hanno precedenti penali ed esercitano gravi violenze all’interno del rapporto di coppia: per loro il maltrattamento è uno strumento per conservare il potere, si dimostrano ostili nei confronti delle donne e hanno una visione rigida della sessualità. Possono essere estremamente manipolatori ma anche affascinanti, mancano di empatia e di competenze sociali. Hanno spesso problemi legati al consumo di alcol e sostanze stupefacenti. Non dimostrano mai o solo raramente segni di pentimento, non soffrono per la violenza commessa e non se ne assumono le responsabilità. Spesso nell’infanzia sono stati vittime o testimoni di maltrattamenti. Tale tipologia di uomini violenti reagisce male alle terapie e tende alla recidiva: in questi casi devono essere evitati gli incontri tra l’aggressore e la sua vittima.

“Joker e Harley Quinn” sono due personaggi di fantasia del mondo DC comics, un esempio di rapporto di coppia basato su manipolazione e violenza, in questo caso possiamo inquadrare la figura del Joker come "generally violent/antisocial-batterer".